

In un’azienda biologica “ideale”, basata sui principi della sostenibilità e dell’utilizzo di risorse rinnovabili e native, gli animali sono considerati collaboratori sistemici: non solo permettono di utilizzare risorse altrimenti difficili da rivendere (come le leguminose foraggere), ma forniscono anche fertilizzanti naturali e produzioni di elevato pregio nutrizionale (come latte, uova, carne). Ne abbiamo parlato con AIAB, Associazione Italiana Agricoltura Biologica, per capire quali caratteristiche deve avere un allevamento per esste considerato bio.
I criteri sono definiti dall’Unione Europea all’interno del Regolamento per l’agricoltura biologica. Questo stabilisce che un allevamento basato sul metodo biologico debba essere strettamente legato alla terra, tanto da non prevedere in alcun modo la produzione animale “senza terra”, fatta cioè solo con strutture destinate a questo scopo. Per allevare animali biologici, inoltre, anche il terreno deve essere bio, cioè lavorato senza l’impiego di pesticidi nocivi che possano lasciare residui nei prodotti poi somministrati agli animali.
Imprescindibile, poi, il rigoroso rispetto del benessere animale, che passa attraverso la scelta di razze che possano ben adattarsi alle condizioni del territorio locale, la tutela della salute e il “fattore terra”, cioè la presenza di un terreno per il pascolamento. Ogni specie, poi, deve poter esprimere il proprio comportamento naturale, godendo di uno spazio minimo definito dal regolamento in proporzione alla terra disponibile. Non solo, va garantita anche la libertà di movimento, sia nei ricoveri (che devono essere confortevoi e puliti), sia all’esterno, con la possibilità di avere accesso a pascoli o spiazzi all’aperto (allevamento Free-Range).
Anche l’alimentazione va bilanciata nel rispetto dei fabbisogni nutrizionali di ciascuna specie e deve essere basata su alimenti di origine biologica controllata, dai foraggi ai mangimi (in assenza totale di Organismi Geneticamente Modificati o derivati da O.G.M.), ancor meglio se provenienti dalla stessa azienda o, perlomeno, dalla stessa zona in cui si trova l’allevamento. Non sono ammesse forzature alimentari.
Nell’allevamento biologico, per legge, sono preferite le cure omeopatiche e fitoterapiche. Nel caso in cui queste non siano sufficienti, e la cura sia necessaria per evitare sofferenze o disagi all’animale, è consentito usare antibiotici o medicinali veterinari allopatici sotto la responsabilità del veterinario e l’animale trattato deve essere isolato. Se servono più di tre cicli in 12 mesi (o più di uno per individui di età inferiore a un anno), l’animale o i prodotti derivati non possono essere venduti come biologici e occorre prevedere un periodo di conversione per tornare ai parametri prestabiliti. Inoltre, non possono essere utilizzati stimolatori di crescita o trattamenti ormonali per incrementare le rese produttive.
Nel rispetto del benessere animale, poi, è vietata qualsiasi mutilazione che provochi danno o sofferenza. Il trasporto deve essere eseguito secondo determinate modalità operative, in modo limitare il più possibile la tensione e la sofferenza degli animali, così come l’abbattimento e la macellazione.